Gay & Bisex
Marco passivo #11
Efabilandia
27.03.2026 |
16.367 |
5
"Carlo si chinò su di me e mi baciò di nuovo, questa volta più dolce, mentre la sua mano già lubrificata con un gel viscoso color latte cominciava a lavorare sul mio culo..."
L’autobus arrivò alla stazione di Firenze Santa Maria Novella poco dopo le 7 di mattina. L’aria era fresca, l’odore di caffè e cornetti usciva dai bar ancora chiusi. Carlo si alzò per primo, senza guardarmi, senza dire una parola. Prese la sua sacca dal retro-sedile e scese dall’autobus. Io aspettai qualche secondo, poi scesi anch’io. Non ci sfiorammo nemmeno. Camminammo separati, a qualche metro di distanza, come due estranei che per caso avevano condiviso lo stesso sedile per otto ore.Appena sceso sentii subito il disagio: le mutande erano completamente bagnate della mia sborra e di quella di Carlo. Il plug, che avevo tenuto dentro per tutto il viaggio, mi pesava e mi faceva sentire sporco. Non potevo presentarmi così al motel.
Entrai di corsa nei bagni della stazione. Per fortuna erano quasi deserti. Mi chiusi in un cubicolo, mi abbassai i pantaloni e le mutande fradice. Mi pulii come meglio potevo con la carta igienica, poi mi lavai rapidamente il cazzo e il culo nel lavandino. Presi dallo zaino il grosso Lovense Hush 2 che mi ero portato dietro. Lo lubrificai con un po’ di saliva e olio che avevo in tasca, mi piegai leggermente e lo infilai dentro di me con un gemito soffocato. Il bruciore familiare mi fece tremare le gambe: era grosso, pesante, e dopo otto ore di viaggio il mio buco era già sensibile. Quando la base larga passò l’anello e si sistemò, sospirai di sollievo. Mi sentivo di nuovo pieno. Completo. Preparato.
Decisi di attivarlo. Aprii l’app, condivisi il link alla community pubblica e subito sentii le prime vibrazioni basse, lente, profonde. Il plug cominciò a pulsare dentro di me, colpendo la prostata con dolcezza. Un brivido mi attraversò tutto il corpo. Sorrisi tra me e me: volevo arrivare al motel già caldo, già pronto.
Uscii dal bagno con le gambe leggermente aperte, il plug che vibrava piano dentro di me mentre camminavo verso il Silk Motel. Ogni passo era una piccola tortura deliziosa. Le vibrazioni cambiavano intensità a caso: ora lente e profonde, ora più rapide. Il mio cazzo si stava indurendo di nuovo nelle mutande pulite.
Arrivai alla hall del Silk Motel. L’ambiente era elegante ma discreto, luci soffuse, odore di legno e cuoio. Al bancone c’era un portiere di notte.
«Buongiorno. Ho una prenotazione per la Suite Lussuria.»
Il portiere controllò il computer, mi fece firmare e mi chiese il documento. Lo lasciai sul bancone. Mi restituì tutto con un sorriso professionale.
«L’altro ospite è già arrivato ed è in camera. Le auguro una buona permanenza.»
Mi indicò il corridoio a destra.
«Terzo piano, in fondo. L’ascensore è lì.»
Mentre salivo in ascensore, staccai rapidamente la condivisione del link. Il plug smise di vibrare all’improvviso, ma rimase piantato dentro di me, grosso e pesante, pieno del mio stesso calore. Il mio buco pulsava intorno a lui mentre le porte dell’ascensore si aprivano.
Arrivai davanti alla porta della Suite Lussuria. Bussai piano.
La porta si aprì.
E davanti a me c’era lui.
Mi guardò con quegli occhi azzurri che mi avevano ipnotizzato per tutto il viaggio. Non disse niente. Mi afferrò per la camicia, mi tirò dentro e chiuse la porta con un colpo secco.
Poi mi baciò.
Fu un bacio profondo, famelico, quasi aggressivo. La sua lingua entrò nella mia bocca senza chiedere permesso, mentre mi spingeva contro il muro. Sentii il suo corpo robusto premere contro il mio, il suo profumo di cedro e pelle calda che mi avvolgeva di nuovo.
Quando si staccò, mi guardò negli occhi e disse con voce bassa:
«Benvenuto nella Suite Lussuria.»
Solo allora mi guardai intorno.
La stanza era completamente diversa da tutto quello che avevo immaginato.
Era una vera Dungeon.
I muri erano dipinti di un rosso sangue cupo, quasi nero negli angoli, con inserti di pelle nera e catene che pendevano dal soffitto. Al centro della stanza c’era una gabbia di ferro alta quasi due metri, con sbarre spesse e una porta con lucchetto. Sulla destra un lettino ostetrico di pelle nera, con staffe per le gambe, fibbie e cinghie di contenimento. Sulla parete di fronte una grande croce di Sant’Andrea di legno scuro, con anelli di metallo lucido ai quattro bracci. C’erano ganci al soffitto, un tavolo con vari strumenti lucidi, e un odore intenso di cuoio, olio caldo, incenso e sesso che impregnava l’aria.
La musica di sottofondo era bassa e sensuale: bassi profondi, ritmi lenti e oscuri, quasi ipnotici.
Era surreale. Spaventoso. Eccitante da morire.
Carlo mi sorrise per la prima volta, un sorriso lento e pericoloso.
«Sorpreso, vero?»
Annuii, incapace di parlare.
Lui mi baciò di nuovo, più piano questa volta, e sussurrò contro le mie labbra:
«Allora iniziamo.»
Carlo mi guardò negli occhi per un lungo secondo, poi chiuse la porta dietro di me con un clic deciso. Senza dire una parola mi fece cenno di spogliarmi. Mi tolsi tutto lentamente, rimanendo completamente nudo davanti a lui. Il plug era ancora dentro di me, pesante e caldo, e sentivo il mio culo pulsare intorno a esso.
Si avvicinò, mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Un bacio profondo, possessivo, quasi famelico. Mentre la sua lingua esplorava la mia bocca, la sua mano destra scese e strinse il mio cazzo già mezzo duro, accarezzandolo con decisione.
Senza lasciare la presa sul mio cazzo, mi fece segno di sedermi sulla sedia ostetrica al centro della stanza. Mi spostò un piede sulla staffa, tenendomi ancora il cazzo in mano, poi fece lo stesso con l’altro piede. Mi legò le caviglie ai supporti con fibbie di pelle nera, poi mi bloccò anche i polsi ai lati del lettino. Ero completamente immobilizzato, gambe spalancate, culo esposto, cazzo duro che svettava verso l’alto.
Carlo mi segò lentamente, con movimenti esperti, mentre mi guardava negli occhi. Poi strinse forte le mie palle, tirandole verso il basso. Solo allora vide il plug ancora dentro di me. Sorrise.
«Hai pensato di arrivare già preparato… bravo, puttanella.»
Lo tolse lentamente, facendomi gemere. Il vuoto improvviso mi fece contrarre il buco. Carlo si chinò su di me e mi baciò di nuovo, questa volta più dolce, mentre la sua mano già lubrificata con un gel viscoso color latte cominciava a lavorare sul mio culo.
Prima due dita, poi tre. Spinse il gel dentro di me con movimenti circolari, preparandomi. Poi infilò tutta la mano. Sentii il polso entrare, poi l’avambraccio. Il bruciore fu intenso, profondo, ma bellissimo. Carlo chiuse la mano a pugno dentro di me e cominciò a muoverla, accarezzando la prostata con forza.
Io stavo godendo a denti stretti, il culo in fiamme, il piacere che mi saliva fino al petto. Con un colpo secco Carlo spinse ancora più in fondo, fino al polso, stringendo il pugno. Trattenni il respiro, mi mossi un po’ sulla sedia, una smorfia di dolore sul viso. Lui capì, rallentò per qualche secondo, poi riprese con forza, tirando fuori quasi tutto il pugno e rimettendolo dentro velocemente. Ero devastato da continui orgasmi anali. Il mio cazzo, che era durissimo, si ammosciò per quanto stavo godendo con il culo. Perle bianche di sborra affioravano sulla cappella senza che nessuno lo toccasse.
Carlo andò avanti per un tempo che mi sembrò eterno, martellandomi il culo con il pugno sempre più veloce. Finalmente mi slegò e mi fece alzare. Mi spinse dentro la gabbia di ferro al centro della stanza. Solo la mia testa e il mio culo rimanevano fuori. Carlo venne davanti a me e mi infilò il suo cazzo duro in bocca. Conoscevo bene il suo sapore e lo adoravo. Lo leccai con passione, succhiando forte, perché volevo la sua sborra. Ma lui non veniva.
Si spostò dietro di me e cominciò a scoparmi nel culo già sfondato, spingendo forte. Poi mi legò le palle con una corda spessa e riprese a incularmi, tirando la corda a ogni affondo. Io avevo il cazzo di nuovo in tiro e godevo come una puttana, con il culo in continuazione. Finalmente Carlo mi sborrò dentro urlando, riempiendomi di sborra calda.
Mi fece uscire dalla gabbia. Ero distrutto, ma il mio cazzo era ancora duro dal tanto godere. Mi fece inginocchiare al centro della stanza, mi bendò gli occhi con un foulard di seta nero. Poi avvicinò alla mia bocca qualcosa di dolce: un cioccolatino al rum. Ne diedi un morso. Subito dopo una banana, di cui diedi un altro morso. Poi mi ordinò di tenere la bocca aperta.
Di lì a poco un getto caldo di piscio finì direttamente nella mia bocca. Capii subito cos’era, ma non mi ritrassi. Lasciai che finisse di pisciare nella mia bocca e ne ingoiai un po’. Carlo mi chiamava puttana in continuazione e io mi sentivo esattamente così: felice di esserlo.
Poi sentii il suo piede nudo sul mio cazzo e sulle mie palle. Prima come un calcetto leggero, poi una pressione più forte. Mi ordinò di allargare le gambe da inginocchiato. Con il piede cominciò ad accarezzarmi il cazzo sempre più insistentemente. Poi spostò una sedia, si sedette di fronte a me e riprese con due piedi a segarmi il cazzo e a torturarmi le palle. Di lì a poco cominciai a schizzare come una puttanella sui suoi piedi, in un orgasmo intenso e lungo. Ovviamente mi fece leccare i suoi piedi per pulirli completamente.
Furono due ore intense in quella stanza che non dimenticherò facilmente.
Ho il numero di Carlo e certamente lo chiamerò.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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